Non so se sia dovuto alla mia esperienza personale o alla mia personalità innata, ma ho sempre voluto, in qualche misura, aiutare gli altri, diventando un supporto che “spinge” le persone verso la felicità. Tuttavia, durante questo percorso, ho incontrato molte perplessità e incertezze. Questo articolo rappresenta le mie riflessioni personali nate durante il percorso di apprendimento del Coaching e finalizzate ad affrontare il mondo da un punto di partenza migliore.
1. Il Percorso che ho Seguito
A causa di crisi personali passate, ho vissuto un periodo di consulenza psicologica. Contestualmente, ho letto molti libri di psicologia e, attraverso la pratica, ho sviluppato gradualmente una metodologia autonoma per superare gli ostacoli psicologici, basata sull’introspezione. Scrivendo chiarivo la situazione e i problemi da risolvere, indagavo le cause del problema procedendo come se stessi sbucciando una cipolla, fino a risalirne alla radice. Questo mi permetteva di vedere il motivo alla base del formarsi di una convinzione chiave, del processo e del risultato attuale. Riconoscevo il significato di quella convinzione, accettavo l’intero processo e cercavo di aggiornare tale convinzione per adattarla meglio alle attuali condizioni di vita, integrandola poi nella mia vita quotidiana attraverso la pratica.
Sia inizialmente a causa dei concetti introiettati dell’essere esposto alla prassi sociale di criticare il prossimo sia successivamente con la metodologia che ho adottato durante la fase di studio personale in ambito psicologico tendevo a focalizzarmi sempre sui “problemi”. Credo che questo approccio sia comune a molti.
Sin da piccoli, a causa dell’educazione ricevuta, siamo portati a indossare un paio di “occhiali giudicanti” per esaminare noi stessi e gli altri, osservare i problemi e pensare a come risolverli o migliorare in certi aspetti. Questo approccio cognitivo ha certamente i suoi meriti: promuovere l’auto-riflessione, la capacità di identificare e risolvere problemi, prevedere risultati negativi e sviluppare una maggiore tolleranza verso di essi, ecc..
I meccanismi di regolazione psicologica che ho appreso si sono sviluppati anch’essi attorno al concetto di “problema”: i problemi che porto con me e come risolverli. Con il passare del tempo, ho sviluppato inconsapevolmente una convinzione: “tutti abbiano dei problemi”. All’interno di questo quadro, ero convinto che fosse vero e, di conseguenza, il mio approccio nell’aiutare gli altri si è radicato e sviluppato in questa direzione. Mi sono trovato spesso a individuare i problemi delle persone, analizzandone le possibili cause e cercando soluzioni o miglioramenti.
Credevo che questo fosse un metodo giusto per aiutare gli altri. Se qualcuno voleva conoscere il mio punto di vista, mi sentivo in dovere di mostrare ciò che vedevo, per aiutarlo a risolvere il problema o a eliminare il difetto. Grazie allo studio della psicologia e alla mia esperienza personale, ho cercato di distinguere ciò che è innato nell’essere umano da ciò che è acquisito, in modo da stabilire se il “problema” fosse modificabile. Anche il pensiero dialettico e la filosofia orientale hanno contribuito a questo percorso, aiutandomi a riflettere sul significato del “problema” in contesti diversi, per sviluppare una risposta più oggettiva e adeguata.
2. Il mio Punto di Vista sul Mondo
2.1 Yin e Yang
Il principio fondamentale della filosofia cinese è lo Yin Yang: ogni cosa è indivisibile, composta da opposti in contraddizione. Yin e Yang sono opposti ma al contempo uniti, si completano e si abbracciano reciprocamente. In un continuo dinamismo, si influenzano a vicenda, si limitano, crescono e si trasformano, dando vita a un equilibrio armonioso che simboleggia l’ordine dell’universo. Allo stesso modo, il bene e il male nel mondo sono opposti e interdipendenti: senza il bene non esisterebbe il male, e senza il male non ci sarebbe il bene. Nel bene c’è il male, e nel male c’è il bene. Si condizionano reciprocamente: se uno cresce, anche l’altro cresce di conseguenza. Inoltre, durante questo processo, si trasformano continuamente: il bene può diventare male e il male può trasformarsi in bene, mantenendo sempre un equilibrio dinamico.
Dal punto di vista soggettivo di ogni individuo, la definizione di bene e male varia. Ciò che una persona considera bene potrebbe essere visto come male da un’altra.
2.2 La Dottrina del “Non-sé”
All’interno dei Quattro Sigilli del Dharma della scuola Mahayana del Buddhismo dell’Estremo Oriente, il concetto di “Non-sé” è spiegato in modo dettagliato. Il nucleo del “Non-sé” è il concetto di Shunyata (Vacuità), che afferma tutte le cose non hanno intrinseca esistenza per via della loro dipendenza dal punto di vista. Ogni cosa e fenomeno nel mondo nasce da cause e condizioni, essendo il risultato di combinazioni di fattori. Tutto è intrinsecamente connesso da relazioni causa-effetto e sorge o cambia sotto determinate condizioni.
Nel libro Old Path White Clouds un dialogo tra il Buddha e Ānanda sul tema del “vuoto” e del “pieno” chiarisce magnificamente il concetto di vacuità: “vuoto” e “pieno” non hanno significato indipendente. Il “vuoto” è “vuoto di…”: per esempio una città vuota, un monastero vuoto, un recinto vuoto sono sempre “mancanza di qualcosa”. Non possiamo dire che il vuoto esista indipendentemente. Lo stesso vale per il “pieno”: è sempre “pieno di…”. “Un contenitore svuotato dall’acqua è davvero vuoto?” “È vuoto d’acqua, ma può essere pieno d’aria.”
A prescindere che un contenitore sia vuoto o pieno, deve prima esistere il contenitore. Prendiamo come esempio un vaso: tra i suoi elementi costitutivi troviamo l’acqua per lavorare l’argilla, il fuoco per cuocerla, l’aria per alimentare il fuoco, le mani del vasaio e la sua consapevolezza, il forno per la cottura e la legna accatastata al suo interno, troviamo gli alberi da cui proviene la legna e la pioggia, il sole e il suolo che hanno permesso agli alberi di crescere. Possiamo quindi trovare tra i suoi elementi costitutivi l’intero universo e i suoi innumerevoli elementi interconnessi che hanno dato origine a quel vaso.
Allo stesso modo il bene e il male sono il risultato di cause e condizioni, privi di natura intrinseca.
2.3 Il Determinismo
Da una prospettiva più ampia, basandomi sulle conoscenze e sulle esperienze acquisite, aderisco alla visione deterministica: gli esseri umani non possiedono il libero arbitrio. Tutti gli eventi e i fenomeni del mondo hanno una causa e sono il risultato inevitabile di leggi fisiche, chimiche, biologiche, psicologiche, ecc. che si manifestano nel corso del tempo.
Immaginiamo un essere straordinariamente intelligente che conosca la posizione e la velocità di tutte le particelle nell’universo in un dato momento. Per tale essere, il futuro dell’universo sarebbe chiaramente delineato, proprio come il passato. Questo implica che nell’universo non esista alcuna incertezza: il passato, il presente e il futuro sono tutti predeterminati.
La nostra percezione dell’incertezza deriva semplicemente dalla nostra mancanza di informazioni complete. Ciò che ci appare come casuale è in realtà già stabilito. Ad esempio, l’atto di lanciare una moneta sembra generare un risultato imprevedibile ma, se conoscessimo con precisione le forze che agiscono sulla moneta e il movimento dell’aria circostante, potremmo determinare esattamente se cadrà su testa o croce.
Lo stesso vale per i numeri “casuali” generati da un computer: essi sono il prodotto di meccanismi progettati e, con una capacità di calcolo sufficiente, possono essere determinati con precisione. È come far cadere un sasso in uno stagno tranquillo: dal momento in cui il sasso tocca l’acqua, tutte le increspature successive, così come le loro interazioni, sono già determinate.
Pertanto, ogni azione umana ha una causa, e il libero arbitrio non esiste. Anche coloro che sostengono concetti come il “libero arbitrio” o il “compatibilismo” spesso lo fanno per necessità pratiche o per offrire un conforto illusorio, ma tali idee non sono altro che un’autoillusione. La relazione causa-effetto, che guida in modo completo il funzionamento dell’universo, non è stata mai confutata.
La mia visione del mondo è costruita su questi principi fondamentali. Grazie alla loro interazione, posso osservare il mondo in modo realistico e obiettivo, oltre a considerare i “problemi” in maniera dialettica. In realtà nessun “problema” nel mondo ha un’esistenza intrinseca. La sua origine non può essere realmente attribuita a una persona poiché, da una prospettiva microscopica, ciò che sembra essere una “causa” è, da una prospettiva macroscopica, solo uno dei tanti “effetti” nella corrente del rapporto causa-effetto.
Da una prospettiva ancora più ampia la persona stessa, “l’Io”, non ha un’essenza intrinseca: è solo un’apparenza temporanea creata dalla combinazione di molteplici condizioni. Di conseguenza una definizione più appropriata per descrivere i “problemi” potrebbe essere: fenomeni che, in questo momento, “Io” non desidero.
3. Guardare il Mondo attraverso gli Occhiali
Riconoscere l’oggettività del mondo ha avuto un impatto decisivo sul mio approccio nell’aiutare gli altri. Mi ha permesso di adottare un atteggiamento più aperto nei confronti delle persone, di essere più inclusivo e di farle sentire accettate. Tuttavia, nonostante abbia compreso la vera natura dei “problemi”, ho avvertito un senso di blocco nel percorso di aiutare gli altri e nel mio viaggio verso la felicità.
3.1 Gli “Occhiali Giudicanti”
Gradualmente, ho realizzato quanto questo mondo, pieno di “problemi”, appaia oscuro, intriso di sofferenza e tristezza. Anche se svolgo quello che percepisco come il “dovere” della mia vita, ovvero aiutare gli altri, e questo mi porta soddisfazione e un senso di significato, osservare il numero infinito di problemi apparentemente irrisolvibili a livello globale mi ha fatto sprofondare in una profonda disperazione. Problemi come le guerre, l’economia, i diritti umani, il razzismo, il maltrattamento degli animali, la tutela dell’ambiente, il bullismo scolastico, la violenza domestica, il conflitto di genere, le questioni educative, e molti altri mi hanno trasmesso un senso di impotenza schiacciante.
Attraverso gli “occhiali giudicanti” la convinzione che “tutti abbiano dei problemi” ha inconsciamente alimentato in me sia un senso di superiorità in certi ambiti, sia un senso di inferiorità in altri. Quando mi relaziono con persone che manifestano diversi tipi di “problemi” tendo inconsciamente ad assumere atteggiamenti differenti. Ad esempio di fronte a una persona più anziana, più sicura di sé e incline a dare consigli, tendo a collocarmi in una posizione di inferiorità, di “non essere OK”. Al contrario di fronte a una persona più umile, introversa e insicura, tendo a posizionarla in uno stato di “non essere OK”.
In queste dinamiche una delle due parti finisce sempre per essere percepita come relativamente “meno OK”. In tale contesto il “senso dell’aiuto” diventa, in sostanza, una forma di subordinazione: una parte impone inconsapevolmente la propria visione all’altra, inducendola a conformarsi. Questo tipo di “aiuto” genera inevitabilmente sottoprodotti negativi come senso di colpa, insicurezza, autocritica, dipendenza, rabbia, delusione, irresponsabilità, preoccupazione e sensazione di essere controllato.
Questo non è “aiutare”, o perlomeno non il tipo di aiuto che desidero offrire. Io voglio fornire un aiuto che accompagni le persone verso la felicità, non imporre loro una mia visione o costringerle a seguirla.
Io | Tu | Area emozionale che si attiva in me |
Sono OK | Sei OK | Positività: rapporto sano e aperto, fiducia reciproca, speranza sul futuro, appoggio, collaborazione, stima… |
Sono OK | NON sei OK | Rabbia: aggressività, supponenza, non considerazione, imposizione, sopraffazione, sostituzione… |
NON sono OK | Sei OK | Paura: senso di inadeguatezza, ricerca di approvazione, bisogno di riconoscimento, atteggiamento lusinghiero e seduttivo… |
NON sono OK | NON sei OK | Dolore: atteggiamento rinunciatario e arrendevole, negatività pervasiva, sfiducia assoluta sul futuro e perdita della speranza, sentimento profuso di inadeguatezza… |
Nel libro Flourish di Martin Seligman l’autore amplia i tre elementi della felicità identificati nella sua opera precedente Authentic Happiness – emozioni positive, coinvolgimento e significato (Felicità 1.0) – aggiungendone altri due: relazioni positive e realizzazione (Felicità 2.0). Secondo questa definizione, se riusciamo a svilupparci in questi cinque aspetti, possiamo diventare sempre più felici.
La psicologia positiva, che rappresenta una delle basi teoriche del Coaching, condivide questo stesso orientamento di sviluppo. Durante il mio percorso di apprendimento del Coaching sono diventato consapevole della mia convinzione inconscia che “tutti abbiano dei problemi” e mi sono accorto che questa convinzione era come un paio di occhiali che potevo scegliere di togliere.
3.2 Gli “Occhiali Valorizzanti”
Il mondo rimane sempre lo stesso ma se spostiamo il nostro focus dai “problemi” – ciò che detestiamo e i fenomeni indesiderati – verso i “punti di luce” – ciò che apprezziamo e i fenomeni desiderati – il mondo può apparirci completamente diverso.
Guardando il mondo attraverso gli “occhiali valorizzanti” ho realizzato che ogni persona è intrinsecamente completa. Da una prospettiva più ampia ognuno ha il proprio percorso verso la felicità. Questo è molto diverso da ciò che percepivo attraverso gli “occhiali giudicanti”, dove vedevo una mancanza di capacità negli altri e ritenevo necessario portarli sulle spalle lungo il mio cammino verso la felicità. Liberandomi dalla prassi di criticare gli altri mi sono reso conto che ognuno possiede gli strumenti per costruire la propria felicità e mi sono aperto alla fiducia nel potenziale di ciascuno.
Nella pratica, ho confermato che è proprio così: ogni persona ha un tesoro dentro di sé, anche se alcuni non lo hanno ancora riconosciuto. Il compito di noi Coach è guidarli a scoprire questi tesori interiori e accompagnarli nell’utilizzarli.
Attraverso questi occhiali i “punti di luce” diventano il mio focus principale. Ciò mi porta a notare con maggiore facilità i punti di forza e i talenti sia negli altri che in me stesso. Con l’aiuto di questi occhiali, lo stato tra me e l’altra persona si trasforma: “siamo entrambi OK”, perché come potrebbe non essere “OK” qualcuno che brilla di luce propria?
A differenza di prima, non mi sento più chiamato a risolvere i problemi dell’altro. Ora il mio compito è accompagnare questa persona – che già brilla di luce propria – verso la prossima tappa del suo viaggio. Questo è il tipo di aiuto che desidero offrire: non “spingere” gli altri verso la felicità, ma camminare al loro fianco mentre la raggiungono.
Con questi occhiali le interazioni umane generano maggiore fiducia, motivazione, energia, autoefficacia, gentilezza, accettazione e indipendenza. Da una prospettiva più ampia, ciò potrebbe innescare un ciclo positivo su scala sociale. Tuttavia tutto ha inizio da ciascun individuo.
Il mondo rimane lo stesso e i problemi all’interno della loro cornice continuano a esistere. Ma se riusciamo a uscire da questa cornice e a concentrarci maggiormente sulle cose belle queste bellezze ci daranno il coraggio, la fiducia e la forza per affrontare il futuro dissolvendo, in modo impercettibile ma efficace, i problemi racchiusi nella cornice stessa.
Conclusione
Durante il mio percorso di apprendimento del Coaching, ho realizzato che sto guardando il mondo attraverso un paio di occhiali e ho scoperto che posso effettivamente crearne un paio nuovo. Sebbene questi nuovi occhiali non siano ancora completamente pronti, ora conosco il metodo per realizzarli. Quello che mi resta da fare è avere pazienza e perfezionarli gradualmente.
Il mondo rimane lo stesso ma ciò che vedo è diverso. Credevo che il pessimismo sarebbe sempre stato la tonalità dominante della mia vita ma ora comincio a intravedere il lato ottimista di me stesso. Vedo più coraggio per affrontare le sfide e una maggiore consapevolezza dell’impatto che posso avere sul mondo.


